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Unlocking the Power of Local Insight with Solo Recensioni 2

SULLE RIVE DEL MISTERO

ciò che non appare mistero

neppure è bello *

fragile come i sogni

spaesa il cuore

di là del mare

tutta

una vita –

… finché lo spaesare

non si adagia

sulle rive del mistero

* frase presa in prestito dal mio amico

pittore-poeta-critico Andrea Costelli

Da Dentro una sospensione, 2007

*

… “Tutta una vita”, e sì, l’anima è in cammino su acque tormentose-calme-fredde-calde, acque d’ogni specie, e non può smettere di camminare, di evolversi, di maturare e crescere per tutto l’arco del tempo donatogli.

“Lo spaesare” per paesi di mare, per mondi interiori è la sua natura. E quello che è mistero diventa scoperta, sicurezza, quando l’onda finale accompagnerà il nostro corpo sulla battigia. Sicurezza perché saranno le braccia di nostro PADRE-MADRE a raccoglierci e risollevarci per sempre.

Scoperta e sicurezza perché il tuffo completo nell’Amore ruberà al mistero i suoi punti sconosciuti, e quell’ansia continua mista di paura per l’ignoto e tensione per il desiderio evaderà dal nostro essere come lo sporco dopo una bella doccia.

Andrea Costelli

.

Breve commento sulla poesia di Felice Serino dedicata a Sandro Penna

La vita…è ricordarsi di un risveglio

“La vita… è ricordarsi di un risveglio”

[leggendo Sandro Penna: una cheta follia, di Elio Pecora]

sotto un mutevole cielo chiuso

nel tuo grido di diverso

cresce la luce a cui vòlti

le spalle: voglia di sparire

dentro un sogno o restare

nell’ora dolce dei vivi

– mosca impigliata nel miele

*

La difficoltà di accogliere la luce – quella non imprigionata dal sogno – la luce del tempo presente che mette in risalto il tuo aspetto di diverso. Sì, perché la luce fora la pelle, le ossa e giunge facilmente all’anima e illumina il tuo aspetto interiore di diverso.

C’è quasi una paura di mostrarsi e una paura di vedersi e non accogliersi.

Scrivo a te Sandro, te che amavi tanto la vita e ti sei “impigliato come mosca nel miele”, come uno che si butta e non sa frenare le sue passioni, come uno che trae dolcezza infinita anche dalle sue pene, dalla sensibilità che è dono e si riversa in poesia.

Andrea Costelli

.

Distacco

giungere dove ogni linea s’annulla

un brivido bianco… e sei altro

fiume che perde nel mare il suo nome *

* da un verso di Billy Collins

da In una goccia di luce, 2008

_ _ _

Le tue poesie seguono sempre una linea ascetica spirituale, sono una proiezione per inquadrare l’al di là. Potrebbero essere racchiuse quasi tutte in un unico libro.

Mi è piaciuto assai il verso: un brivido bianco… e sei altro.Il riferimento alla trasformazione che riceveremo sia nella carne che nello spirito alla fine dei giorni terreni è in risalto e ben trasposto.

Chiaramente ti raggiunge anche il pensiero che già da adesso la vita si trasforma per chi tende a giungere dove ogni linea s’annulla.Tra le braccia del Padre come il fiume tra il seno del mare.

Andrea Costelli [stralcio da lettera privata]

.

DOPPIO CELESTE

entrare nello specchio: esserne

l’altra faccia:

uscire dal sogno di te stesso

apparenza di carne tornata pneuma:

ri-unificarti col tuo doppio

celeste: il-già-esistente di là

dal vetro: tua sostanza e pienezza

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

*

Sono il modo del verbo, quello infinito, ed il significato dello stesso, cioè quello di “accedere a un luogo”, che vengono sottolineati fin dall’inizio della poesia, che già ci portano a considerare l’aspetto introspettivo che i versi diranno di seguito.

E si è subito sul luogo della scena, senza premesse, in medias res. Si è subito sul luogo del delitto (del proprio suicidio): in riva allo stagno, dove, tra breve,superato il primo verbo che apre la poesia, l’immagine di Narciso si specchierà chiara nell’acqua (“esserne l’altra faccia”).

Non si arriva neppure a mettere in dubbio l’impronta fortemente narcisistica dello scritto (“uscire dal sogno di te stesso”).

O forse, superato il primo verso, può essere che le parti non siano le stesse che la mitologia vorrebbe riproporre.

Può essere che l’oggetto (lo stagno, lo specchio, l’altra faccia) e la persona (Narciso e il sogno che lo rappresenta) si confondano, proprio come talvolta avviene nei sogni, dove ogni cosa può occupare posti e ruoli diversi, differenti:

Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attraverso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s’era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno dicendo: “Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché era davvero bellissimo”.

“Ma era bello Narciso?”, disse lo stagno.”Chi potrebbe saperlo meglio di te?”, risposero le Oreadi.” Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza”.

Allora lo stagno rispose: “Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza”.

(Oscar Wilde – Il discepolo, 1893).

Lo stagno e Narciso erano la stessa persona, la stessa cosa: ognuno di essi non vedeva l’altro.

In “Doppio celeste” si esce invece dal sogno per accorgersi che esiste una realtà, che è quella che lo specchio riflette, che poi è la stessa che, vista specularmente, completa la parte spirituale mancante nell’uomo, finché questa non viene raggiunta.

Solo passando attraverso lo specchio ci si addentra nell’anima e si vedono con distacco le cose che stanno oltre il sembiante, quando anima e corpo, corpo e anima si trovano già in uno stato etereo.

Nella lettura della poesia, prima di entrare nello specchio, si percepisce quanto l’autore voglia trasmettere che questa ricerca non sia stata del tutto casuale, ma che anzitempo vi era stato un percorso alla ricerca, appunto, del complementare; che vi era stata tutta una vita di riflessione a riguardo.

Ce lo sottolinea il modo in cui la poesia inizia, con quell’ “entrare” scritto con la lettera minuscola, abitudine certa di chi scrive nell’aprire i suoi lavori, ma non in questo caso, come si potrebbe interpretare; un modo d’iniziare portato quasi a testimonianza che prima c’era dell’altro.

Ne seguono poi, nella costruzione delle strofe, un utilizzo dell’interpunzione rappresentata dai due punti ben evidente e ripetuta. Si tratta di spiegare ciò che il discorso iniziato, continuato, ora vuole dire.

Scelta oculata, originale, non casuale della punteggiatura unita al senso della poesia.

Dopo essere entrati nello specchio, al di là della sua superficie, al di là della superficie dello stagno, c’è la distanza, la profondità dello stesso, che aumenta quanto più eravamo distanti da quel “doppio celeste” già presente.

Narciso conoscerà la sua essenza solo quando lo specchio d’acqua lo attirerà a sé tramite il gioco perverso della propria immagine.

Noi lo faremo quando l’immagine dello specchio rifletterà un azzurro che si aprirà al di sopra dell’unico colore, quello nero, della morte.

Ma che la morte sia il vero senso con cui si chiude questa poesia è in dubbio.

Ciò che lascia questo dubbio è l’utilizzo dei verbi usati all’infinito (entrare – essere – uscire dal sogno): all’infinito cerchiamo la nostra complementarietà all’interno della vita e moriamo così tutte le volte che portiamo a termine questa nostra ricerca, e rinasciamo subito dopo.

Sembra che in questa poesia non ci sia vita, non ci sia morte, perché la ricerca dell’anima supera i confini del tempo e della storia.

Commento di Luca Rossi

6 dicembre 1998

LA FORZA GENTILE

Dio è paziente: ha sogni

per l’uomo infiniti – frutti

immarcescibili

(centro del cosmo: non è

il suo un giocare a dadi)

egli visita le nostre

piaghe – manda angeli

a spazzare gli angoli del cuore

(suo disegno è

la Bellezza)

la sua forza è gentile

Felice Serino

Da La difficile luce, 2005

*

COMMENTO ALLA POESIA “LA FORZA GENTILE”

Di Luca Rossi. Dicembre 2002

Un’estrema tranquillità nel descrivere ciò che Dio rappresenta per noi percorre questa poesia dal suo inizio fino al termine. Ogni aggettivo che viene attribuito a Colui che del tempo detiene le sorti ci insegna che la calma e la pace dei sentimenti appartengono solo a chi è eterno e non all’uomo frenetico dell’era moderna.

Nella sua “continuità” egli progetta per noi “oltre la morte” (il sogno infinito rivolto all’uomo senza tirare a sorte il destino di ognuno, ma predefinendolo per renderlo sicuro, certo, oltretempo, oltrememoria che si dilegua).

Un Dio che si fa uomo nella sofferenza essendoci accanto quando le piaghe del fisico e dell’anima si aprono, squarciano la notte che sta dentro di noi,e solitudine ed abbandono ci circondano; quando l’ultimo amico segna la distanza da dietro una porta che chiude i suoi battenti.

Un Dio che non si mostra, ma che si rivela attraverso messaggeri per ripulire il cuore da ciò che non è eterno (l’incomprensione del mistero che fa da linea di divisione fra il sentimento umano e quello dell’Assoluto). Solamente un cuore sgombro dal filo rigoroso della logica e del dubbio può prepararsi ad accettare il perché delle cose; un perché che il poeta vede come soluzione finale facendo riferimento alla bellezza, disegno infinito dell’amore di chi sa fare della forza un’arma gentile per combattere la paura esistenziale che ci appartiene.

Poesia a mio giudizio di elevato livello spirituale e morale, nonché compositivo; lezione certo di stile e di richiamo per tutti noi ancora una volta a volgere lo sguardo verso chi ci chiede di essere riconosciuto come architetto ristrutturatore di anime.

.

Frasi sulla poesia “IL PECULIO DI LUCE” (a Simone Weil) di Felice Serino

IL PECULIO DI LUCE

(a Simone Weil)

1.

(occhi come laghi

a eco fremiti di vita)

ha mani che sfondano muri

di solitudine – amore

2.

germoglia grido di luce

da nuovo dolore

Felice Serino

Da Il sentire celeste, 2006

*

T

ornano a te, come in un lago al centro della sua valle, gli echi della tua voce-dolore-di-tempo, di quando pronunciasti frasi o pensieri appena ieri, o tornano a te gli echi di chi, in un tempo più remoto, ti assomigliava nel suo “sentire”. Perché l’eco è un sentire che può arrivare dalle orecchie al cuore.

Queste sono le “mani che sfondano muri” (e anni), mani prolungate in gesti d’amore e alzate in inni di lode.

L’eco della “luce” sorge come un grido potente di vittoria che abbatte mura di Gerico (la preghiera “funziona” quando uno non dubita che otterrà quel che chiede, anzi sa già di averlo ottenuto prima che questo accada), che stronca le resistenze nemiche più volitive, che smaschera la “notte” con le sue abissali contrapposizioni del bene e con l’offerta lieta delle proprie pene.

E’ così che Felice Serino si specchia negli occhi di Simone Weil (intravede il suo sorriso come una mano tesa), è così che Felice Serino si specchia nella vita piena.

Andrea Costelli

.

LA VITA NELLE MANI DEL VENTO

palpebre d’aria

chiuse sulla disfatta del giorno

(depistate tracce

rotte smarrite

a insanguinare il vento:

ruotare del tempo

nella sua vuota occhiaia)

anse d’ombre

annegano il grido

dell’anima giocata a testa e croce

Felice Serino

Da Fuoco dipinto, 2002

*

Commento critico di Luca Rossi

Settembre 2000

Occorre tirare le somme e vedere la realtà per quella che è o per quella che è stata. La nostra anima, il nostro passato, non li possiamo cambiare.

Li abbiamo giocati al gioco del destino, apparso sempre così mutevole, come il vento che ora soffia in una direzione e subito dopo nella direzione opposta.

Un vento che corre lontano prima che il giorno finisce.

E ora che si fa sera si devono fare le proprie considerazioni, come palpebre che si chiudono alla disfatta del giorno.

Ma il giorno – la vita – è stato pieno di tante cose, di tanti avvenimenti, di un destino falsato, di una scelta che non si è trasformata in realtà (rotte smarrite, dice il poeta), che ha cambiato le sorti della

stessa e ha macchiato quel vento che porta oltre.

Restano le ombre, con le loro pieghe, con i loro risvolti che si accompagnano al grido di quella che è ora la realtà dell’anima che vuole tornare a essere se stessa, vita nelle mani del vento.

NEL ROVESCIAMENTO

(a cura di Luca Rossi)

(non vedi al di là del tuo naso scientifico):

è come leggessi sull’acqua

lettere storte: poiché noi siamo

nel rovesciamento afferma

la weil – e negazione

ci appare la grazia

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

*

Riscattare la propria condizione esistenziale è il fondamento di questa poesia.

Il nostro Io interiore e quello esteriore sono legati da un qualche cosa che li determina, che li unisce per essere insieme un tutt’uno, a costruire un significato.

Vediamo da un lato, mentre perdiamo visione dell’insieme dall’altro (non vedi al di là del tuo naso scientifico), perché i parametri di giudizio sono quelli di sempre, basati su una visione del cosmo troppo mediata dalla ragione e poco dai sentimenti; dalla rigida regola di catalogare il tutto per dare una risposta a ciò che avviene e poco dalla capacità di comprendere l’impossibilità di penetrare i progetti della natura che sfuggono a ogni capacità di previsione.

La realtà può essere quella che vediamo riflessa in uno specchio d’acqua, ma può anche essere quella che lo specchio d’acqua riflette quando la stessa viene mossa e confonde l’immagine.

Eppure è sempre la medesima realtà vista in due modi differenti.

Poiché noi siamo l’una e l’altra: lettere ordinate, ben composte, ma anche lettere storte che descrivono un racconto di vita diverso.

Leggiamo nell’acqua un volto, leggiamo un pezzo di cielo che la sovrasta, leggiamo un desiderio precluso (quello di Narciso che non seppe vedere il proprio rovesciamento) e ci appare distinto un progetto dove la luce colpisce, dove la luce rende tutto più chiaro.

La grazia fa da tramite per vedere le due realtà in cui vivere; tempo speso perché la vita resti quella di sempre scombinata nei suoi opposti.

Dicembre 2000

.

RIFLESSIONE PERSONALE DI GIANCARLA RAFFAELI

SULLA POESIA “MONDO” DI FELICE SERINO

Mondo

(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità

è specchio che deforma

la bellezza del creato

tu esperienza della ferita

col poco amore che ispiri

ci lascerai incastrati

tra questa e un’altra dimensione?

mondo: piaga e grido

dell’uomo incompiuto

vòlto al cielo

io ti detesto – mondo

*

Mi soffermo sui versi più “inediti”, su questo sguardo improvvisamente catturato, quasi sorpreso, dall’iniquità del mondo.

Pesa sul cuore del Poeta l’angoscia che l’uomo possa rimanere “incastrato” tra le due dimensioni (quella della innocenza e della colpa?) senza il riscatto della scelta. Nessuna lacerazione ha risparmiato il corpo del mondo, eppure il dolore non ne riscatta la colpa e il grido (senz’anima) non raggiunge il cielo.

Gian Carla Raffaeli

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO

ANGELO DELLA POESIA

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

io-non-io: in me ti trascendi e sei

d’ineffabili alfabeti s’imbeve il nascere delle mie aurore

Da La difficile luce, 2005

*

E’ una poesia ermetica sublime, da analizzare e scoprire; io la interpreto così:

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

è il momento in cui l’ispirazione, come musica celestiale, fa sentire al poeta la sua voce e gli rimescola il sangue

io-non-io:

il poeta non è più se stesso, entra in trance trascinato dall’irresistibile richiamo dell’ispirazione

in me ti trascendi e sei

è il momento in cui l’ispirazione “si serve” del poeta ed elevandosi al di sopra di esso, diventa presenza reale, è, esiste; il poeta diventa strumento della musa

d’ineffabili alfabeti s’imbeve il nascere delle mie aurore

il momento in cui avviene il “parto” delle poesie (il nascere delle mie aurore) è una sensazione di liberazione tanto profonda e sublime, così ricca di vita e di gioia da non potersi descrivere a parole

(d’ineffabili alfabeti s’imbeve).

Antonino Magrì

FLASH SCATURITO DALLA LETTURA DEI VERSI DI POESIA

DI FELICE SERINO

POESIA

ti avviti

con lucido delirio

nella folla

di parole

(tra sprazzi di

di coscienza e sogno

insegui

gibigiane echi:

ecco sfrondarti

forbici di luce:

la pagina è tuo lenzuolo

quando in amplessi

cerebrali

muori rinasci)

la tua anima di carta

ricrea armonie

in seno a spirali

più alte

***

Le parole che si ammassano e si spingono tra la folla per mettersi in luce e voler rispondere a tutti.

Le parole che s’incasellano velocemente sul foglio come automatismi di una stampante a un tuo semplice cenno d’avvio.

O le parole che viaggiano lente su di un carretto guidato da un mulo che conduce te, padrone che dormi, a completare il percorso del tuo sogno fisico/verbale.

Tranquillo, c’è sempre chi conosce la strada!

Le parole infine ridotte all’essenziale e in quell’essenziale moltiplicate per 144.000 modi di interpretarle che le rendono costantemente vive.

Parole parole parole, magia della lingua che comunica con il suo bacio-poesia.

L’eccitazione spirituale che si fa carne.

E’ il “delirio” “in seno a spirali più alte”.

Una molla nel cervello che si genuflette al mistero per poi sobbalzare gioiosa e fuoriuscire da questo come canto di lode che si esterna.

Andrea Crostelli

people sitting beside brown wooden table inside room

Solo Recensioni 2: Redefining Local Reviews with Precision and Passion

AION

1.

chi ti ha fatto sapere ch’eri nudo?

l’entrare della morte nel morso

della mela

(si erano creduti il Sole

scordando di essere riflessi)

1.a

il serpente mi diede dell’albero e…

eva la porta

di sangue

per dove passa la storia

2.

nell’incrocio dei legni

la conciliazione degli

opposti (lo scheletro del mondo)

2.a

è il Figlio che pende

dai chiodi

la risposta a giobbe

3.

ancora l’assordare dei martelli ancora

un giuda che fa il cappio abbraccia un albero di morte

-sulle labbra il fuoco del bacio

Felice Serino

Da La difficile luce, 2005

*

Critica di Luca Rossi. Luglio 2002

L’ identità, la conoscenza della morte, il riscatto tramite il dolore altrui, la scoperta di Dio, il ricordo: ecco gli elementi principali, i titoli attraverso i quali si snoda il componimento di Serino.

La presa di coscienza del peccato apre la prima strofa, dove la mela (simbolo del divieto divino, del non andare oltre, del sapere che la libertà offerta avrebbe potuto avere un limite per la salvezza stessa dell’essere) ora è stata consumata e ha riempito l’uomo di ogni tempo compreso quello del terzo millennio, della stessa onnipotenza di Adamo.

E’ forse cambiata la storia? No; Qohelet, il sapientissimo, ci dice che non c’è nulla di diverso sotto il sole che ancora oggi non accada.

L’uomo che è, già è stato.

L’umiltà è l’arma attraverso la quale riprendere coscienza del ricordo del Padre, della memoria della morte e dell’immagine di quella polvere che alla fine, se racchiusa nelle mani di Dio, per essere trasfigurata, riplasmata, tornerà ad essere semplicemente terra che alimenterà nuovamente le radici di quell’albero sul quale è maturata la mela, se non ci si lascerà trapassare da un Sole da cui piovono raggi di luce, che sono verità di un universo che non si espande secondo le leggi della fisica, ma dell’amore; di quell’amore che viene tentato dal serpente che scese dall’albero per allontanare da noi l’ idea della fine, la lontananza della morte attraverso l’inganno di una bellezza che ognuno vorrebbe possedere a qualsiasi costo.

Eva apre la via ad una libertà secondo la quale il valore dell’estetica e della provocazione nasconde il suo doppio senso, la perversione di volere fagocitare ogni cosa perché ogni cosa debba essere nostra, debba necessariamente appartenerci, coinvolgendoci in un delirio che oscura la vista per distogliere lo sguardo da ciò che risiede oltre le nebbie.

Da qui passa la storia che il poeta descrive, passa l’azione dell’uomo che cade prigioniero per non avere saputo riconoscere all’angolo delle vie quegli angeli perduti e mai redenti, che offrono immagini fantasmagoriche di un finto benessere e di una strada che non sembra avere alcuna via d’uscita.

Ma il poeta, dopo avere dichiarato con forza che l’idea della morte eterna è propria di chi sa di non svegliarsi dalla notte che ci investe, suggerisce attraverso le ultime righe un percorso che potrebbe essere il più giusto: quello della conciliazione con Dio, del sapere del dolore di chi si fece trafiggere perché l’uomo capisse che da solo non si sarebbe mai potuto salvare e del riconoscersi ancora una volta in fuga da quell’Eden che ogni epoca ripropone, perché la benevolenza di Dio è sempre presente, sempre attuale, sempre nuova.

Un Eden che mette in evidenza le regioni sconfinate del bene e dell’amore da cui, chi è ancora in grado di ascoltare, dopo i fragori del giorno, sente il battere del martello sul chiodo che penetra la carne ed il legno.

Davanti a noi sta la morte di sempre.

Più in là una morte che detiene invece un senso più ampio: l’uomo che prende coscienza dell’Eterno.

E la poesia di Serino vuole essere un monito, forse l’ultimo, di un uomo che ancora ascolta e ci induce a riflettere su quanto la storia ha avuto da dirci.

Visione

imbevuto del sangue della passione un cielo

di angeli folgora l’attesa vertiginosa

nella cattedrale del Sole dove ruotano

i mondi

è palpito bianco la colomba sacrificale

*

Lirica intensa, pregna di suggestione e pathos. In pochissimi versi ben ponderati ed equilibrati hai saputo farci rivivere con vigore e sapienza poetica l’attimo magico e sacrale dell’eucarestia.

Complimenti vivissimi e un grande benvenuto tra noi!

Antonino Magrì

***

Quel sorriso

a R.

oltre lei forse fra le stelle

dura quel sorriso che nell’aria

ti appare ora sospeso come fumo

lucido incanto il tuo

sperdutamente altrove –

l’ha disperso il vento

Pur nella sua semplicità, questa lirica è dolcissima e struggente. In essa si racchiude la consapevolezza dell’ oltre, la serenità della fede e la malinconia del distacco terreno. La chiusa è veramente poetica; ma devo ammettere che ogni singolo verso racchiude piena densità di immagini e sapiente musicalità. Tu sai dimostrare che nella poesia non è la lunghezza che conta, ma, anzi, è la capacità di condensare un pensiero in pochi artistici versi.

Complimenti, sei un poeta vero!

Antonino Magrì

http://www.artevizzari.italianoforum.it/

***

E’ in te nell’aria

è in te nell’aria

sottile la senti la mancanza

di vita piena

come applaudire con una mano sola

ma è regale regalo

questo rapido frullo

d’ali

atto d’amore

non affidarlo nelle mani del vento

sii àncora

gettata nel cielo

*

Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è magica e, tecnicamente, risponde a tutti i canoni della poesia libera, dalla metafora all’allitterazione, dall’onomatopea a quello che oggi è il più raro: la musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria che esplode dirompente nella splendida chiusa:

sii àncora

gettata nel cielo

Antonino Magrì

Commento alla poesia “Maya”, di Felice Serino

Luca Rossi.

Marzo 2007-03-10

Mi riferisco a Maya. Stupende l’apertura e la chiusura che tendono a concentrare il significato dei versi in un indefinibile “status” dell’uomo. La figura geometrica, poliedrica, prismatica, antica, definisce il mondo riflesso che solamente l’asceta è in grado di distinguere. Siamo della terra, ma solo ora: non lo eravamo prima della nostra nascita, non lo saremo più dopo la nostra morte. Ma abbiamo vissuto l’azzurro, nel suo senso simbolico e “nell’azzurro”, nel suo senso materiale, come luogo di sogni e realtà. Di decadente esiste il corpo, effimero, ma non lo spirito racchiuso in esso: sottile fiamma.

Interessante aggettivo che apre a una visione pluridimensionale di significati.

Ognuno cercherà al proprio interno quello che più gli si addice quando dovrà ricercare il contrario di “sottile”.

Forse pochi lo troveranno, ma non sui dizionari.

Lo sapranno i Santi, lo diranno i Martiri. Lo diranno le vittime della guerra, della violenza senza senso, la gente che muore di fame, coloro che avevano una possibilità ed è stata loro negata.

Il poeta si fa interprete dell’asceta. Diviene per un momento esso stesso spirito comune di questi, per poi distaccarsene e ridiventare uomo comune. Per un momento entrambi racchiusi in quel prisma dove la luce si espande in ogni direzione fino a dove l’occhio riesce a distinguere orizzonti di esteriorità cosmica per poi penetrare e scaldarsi a lato di quell’anima che arde, dignità esistenziale dell’uomo vero.

*

Maya

il di qua dice l’asceta

non è che proiezione

nel prisma azzurro del giorno

sentenzia

che perfezione

è la carne che si fa spirito

non si terrà conto

del corpo che si nutre

che è già della terra

si è dunque

del cielo o anelito

d’infinito ancor prima

del primo respiro?

– certa è la fiamma che dentro

ci arde – sottile –

*

Considerazioni sulla poesia “Maya”

“Perfezione è la carne che si fa spirito” è qualcosa che ‘parla’ (e bene) solo in poesia, in quanto la carne è carne e lo spirito è spirito, e nessuno dei due può diventare l’altro. Possibile invece vivere più che si può di cose spirituali e “abbandonare” (a tratti) la carne. Cioè, essere così leggeri (elevati) di (in) spirito che l’anima fuoriesce dal corpo lasciandolo come un fantoccio fino al suo ritorno in esso, ovvero quando si è esaurita quell’energia soprannaturale.Il centro della poesia, che è la centralità in cui essa ruota, secondo me detta i dettami della riflessione (non a caso si trova in quel posto): “non si terrà conto / del corpo che si nutre / che è già della terra”. Cibarsi di ciò che offre la natura, tingersi della terra, della sabbia, dell’erba rotolandoci sopra per poi un giorno lasciarci le nostre spoglie [non come il cestino del computer nel quale puoi ripescare le cose vecchie, ma come un programma nel quale non puoi più accedere (solo Dio può farlo)]. Il corpo è la scatola, è la custodia temporanea del regalo che c’è dentro: il nostro spirito che a sua volta si rifà regalo al mittente.

Quella “fiamma che dentro ci arde sottile” e sale verso l’Alto, l’Altissimo.

Andrea Crostelli

Nota su -Paesi di mare-

Le ali, i pesci, il seno azzurro del mare, il mare come una madre: ecco la profondità trasognata che scaturisce dal mondo immaginativo di Crostelli, il quale ci invia messaggi dalla sua “dimora”, il mare, appunto.

Un “visionario” ma con il cuore che sempre spazia tra terra e cielo, abitato da una intensità di colori e luce, e da una ricchezza di felici intuizioni: *

“Gabbiano dalle ali spiegate / il libro mio che vola (pag. 18);

“Ali d’uccello che s’intrecciano / nel cielo mio affollato di sogni” (pag. 32);

“Lasciala scrivere al vento la tua poesia” (pag. 40).

Andrea, come già lo dimostra, e con maestria, la sua bellissima opera Nei Mari di Melville, è un amante del mare, nato per lasciarsi affascinare e rapire con un animo di fanciullo dalle sue creature e dai suoi abissi. Il mare, che nelle sue profondità insondabili custodisce il mistero della vita.

* Andrea Costelli, Paesi di mare (fine del viaggio), 2008.

Felice Serino

.

NELLA VALIGIA (NOTE DI VIAGGIO)

(a cura di Luca Rossi)

(il chi-siamo-dove-andiamo:

dove la mente

s’inlabirinta)

l’io

vestito di nebbia

promesso alla morte –

(nella valigia pronta la perdita

originaria la vita a

metà)

risucchiato come da un tunnel…

attraversato

da flutti di luce

destinazione: il Sé

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

E’ proprio un lungo viaggio quello che viene descritto nella poesia; un viaggio che dura tutta una vita.

Un viaggio la cui destinazione ci viene rivelata solamente al termine dei versi: ultima stazione di un percorso obbligato che chi scrive sembra avere intrapreso da tempo.

Un interrogativo espresso in forma indiretta apre quest’opera, chiedendoci chi siamo e il motivo del nostro andare.

Ma è difficile credere che possa essere la ragione a guidare questo percorso che si rivelerà esplorazione, perché in una sorta di labirinto si perdono la nostra mente e i nostri pensieri.

Metaforicamente chi scrive ci dice che è la mente stessa il mezzo sul quale “dovremo salire” per potere viaggiare, come un treno che dobbiamo prendere, e ci saliremo già vestiti con il nostro Io ricoperto da una nebbia che non ci permette di guardare oltre, perché oltre c’è solo la morte quale limite di tutto ciò che siamo e a cui ognuno di noi, fin dall’inizio, è stato promesso.

La nostra valigia è pronta delle cose che perderemo, tra cui la vita stessa, ma che verranno meno solamente a metà, perché il resto sarà tutto da venire, risucchiato in quel tunnel che ora andremo ad attraversare, pieno di una luce chiarificatrice, che segna l’altra metà della vita, quella che rimane appunto, e l’altra metà del viaggio.

Solo giungendo a destinazione scopriremo la verità che ci avvolge.

Mentre scenderemo da questa specie di treno e ci guarderemo intorno, vedremo che sul marciapiede della stazione ci sarà solo il tempo ad attenderci, mentre lasceremo la nostra valigia nel deposito bagagli piena delle cose che sono oramai passate e che qualcuno sicuramente un giorno aprirà: coloro che ancora attendono di iniziare questo lungo viaggio.

Destinazione: il Sé.

TRA ONIRICI LAMPI

(a cura di Luca Rossi)

tra onirici lampi

ride la tua immagine d’aria

intagliata nell’ombra del cuore

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

C’è un luogo che la poesia propone come rifugio quando la notte porta con sé, attraverso i sogni, le luci abbaglianti di una vita vissuta a cavallo tra il ricordo e l’attimo presente: è un luogo ideale il cuore quando diviene riparo per conservare un’immagine, per trattenere un volto… un desiderio.

L’aria di cui è fatta la materia del ricordo ride, quasi a burlarsi di ciò che crediamo realtà, e vi passa attraverso come per ossigenare gli anfratti che la malattia del vivere riserva a chi è dimentico del tempo e che i lampi illuminano partendo dalle regioni remote di quegli anni che non esistono più.

C’è una zona d’ombra creata dalla luce del lampo dove nulla è visibile a chi sta fuori dai confini del cuore.

Il cuore come una casa, dove solo parte della luce vi penetra, per lasciare delle zone in penombra in cui riposare i ricordi, lontani dal domandare continuo del giorno, che bussa con insistenza alle finestre per richiamarci ad una realtà che talvolta non vogliamo.

La luce dei ricordi è luce che non proviene da alcuna stella, ma da un sogno.

Un sogno che scaturisce da una notte che neppure il sole riesce a illuminare, quando la mente pensa a tutte quelle cose che ancora sarebbero state.

.

NEL PERDURARE LA LUCE

(a cura di Luca Rossi)

le ore arroventate: erano

estati lunghe a morire

le corse pazze le ginocchia

sbucciate nel perdurare la luce:

ancora un mordere

la sanguigna polpa del giorno – ricordi? –

Poesia del ricordo, forse di una nostalgia che non è mai trascorsa e mai passerà; una luce simbolo di una memoria che ha lasciato un segno doloroso (le lesioni provocate ogni qual volta si cadeva) ma tangibile, reale, sperimentato talvolta nell’incertezza stessa del momento, anche nell’incoscienza di una corsa dal fine rischioso (come la vita del resto).

Tutto è luce (come potrebbe non esserlo la giovinezza che vede con gli occhi trasparenti del giorno verso l’estate che non cessa di esistere?

E quelle ore che sanno di calore estremo che scotta la pelle se non si riescono a dominare le proprie passioni?).

“Ricordi?”, dice il poeta all’amico che gli fu accanto a quel tempo: immagine riflessa in uno specchio della propria persona, del proprio essere, in un soliloquio dove anche i compagni di allora più non esistono, se non nel vago di una mente che cerca solo il ricordo.

Ma tutto è luce, grido di liberazione di presente che si fa passato per volervi rimanere.

E intorno il vuoto dell’esistenza, forte, penetrante, palpabile, di cui ci si accorge solo quando si vede la notte che sta per venire; il mistero delle cose che non abbiamo mai capito, dei momenti che non siamo riusciti a imprigionare, ma che ritroviamo ogni qual volta uno spiraglio generato da uno spettro di luce attraversa il tempo e fa breccia nel cuore, terra dove abbiamo sepolto per sempre i ricordi, sommato il presente al passato.

Marzo 2003

UN DIO CIBERNETICO ?

(a cura di Luca Rossi)

vita asettica: grado

zero del divino Onniforme

(ma la notte del sangue

conserva memoria di volo)

vita sovrapposta alla sfera

celeste regno d’immagini

epifaniche / emozioni

elettroniche

eclissi dell’occhio-pensiero

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

In un mondo che è immagine, in un mondo dove l’uomo si è innalzato sopra tutto e tutti, come giudice che dà la vita o la toglie, come persona in grado di decidere se fare nascere o meno altri esseri, dove l’attesa del Redentore è diventata solo un lontano ricordo perché già vissuta e non più ripetibile, ecco definirsi l’immagine di un nuovo dio (questa volta con la lettera minuscola – lo dice il poeta) creato dall’uomo per l’uomo, forse senza saperlo, non appena il tempo è divenuto maturo, mentre tutto riparte da zero, a grado zero; dove zero è l’origine di un nuovo universo, di nuove emozioni perdute che devono essere ricostruite o recuperate, di immagini nuove che devono essere fissate nella memoria perché le vecchie appartengono a un mondo che non c’è più, che è andato distrutto.

Eppure, il nuovo dio cibernetico, figlio di un uomo che ha la sua stessa essenza, incontaminato dal passato, sembra conservare sotto le sue spoglie il ricordo di una notte di sangue e di volo, segno di un sacrificio e di una manifestazione di essenza divina di un dio che era Tutto, che era ogni cosa e in ogni cosa.

L’occhio è lo specchio di ciò che è la realtà:ultima terra di conquista di un mondo senza emozioni che hanno dell’umano, di una nascita che contiene nuovi semi di futuro solo cibernetico, di un dio-macchina.

L’occhio-pensiero così si chiude e smette di vedere con i sentimenti della storia e di pensare con l’identità della fede.

Niente più resurrezione della carne, niente più perdono di nuovi peccati verso quelli che commettono crimini di pirateria informatica, niente più reincarnazione in altre caste, ma solamente immagini costruite per un dio su misura in grado di fermare il tempo e i sogni non appena ci si sconnette dalla “rete”.

NOTE DI ANDREA CROSTELLI A 3 POESIE

L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

indicibile la parte di cielo

ch’è in te e ignori – dice steiner

l’uomo in sé cela un altro

uomo: testimone che ti osserva e

sperimenti ogni ora:

basta che solo

un verso o poche note ti richiamino

a una strana forza interiore:

e cessi

di sentirti mortale

*

RIEMPIRE I VUOTI

riempire i tuoi vuoti di cielo

e un angelo che ti corre nelle vene

come sangue e il bianco grido

del vento che sfiora

i contorni del cuore a smussarne

gli angoli vivi il dono

di una parola (cara

e rara non di circostanza)

corredata dalla luce di un

sorriso ad hoc

*

AUNG SAN SUU KYI

(scritta il 22.5.09)

non violentate la primavera

del suo giovane sangue

non pugnalate la colomba

del suo cuore aperto

alla compassione

non schernite la disarmante

verità che proclama

aizzandole contro

i mastini della notte

dal suo sangue si leva alto

il grido d’innocenza

a confondere intrighi di potenti

Felice Serino

*

E’ vero, basta che qualcosa “svegli” l’animo – come un verso, qualche nota, una pittura – che improvvisamente saltiamo il guado che fa sentire il pensiero atemporale.

*

“L’angelo corre nelle vene” mi fa pensare a quando faccio difficoltà a gestire quello scoppio d’amore che m’ investe di tanto in tanto.

*

“I mastini della notte” non soffrono la sobrietà, il pacifico equilibrio che dà sapore alle cose, per questo vorrebbero azzannarti ma sbattono il muso con lo specchio che li fa vedere deformati al confronto.

Andrea Crostelli

ONNIAMORE

accettare di farsi

trasparenza (libro aperto)

lasciarsi attraversare

dalla vita – da morte-vita (rosa

e croce) –

da Colui-che-è: l’ Onniamorevole

di fronte all’Assoluto

…immersi

nell’Assoluto –

quando il R a g g i o

assorbirà le ombre

Felice Serino

*

Commento di Luca Rossi. Maggio 2002

La vita come apertura all’Assoluto, a ciò che è disciolto dalle cose terrene, per confessare fin da subito la propria sincerità,quella sincerità che si fa trasparenza dell’anima, ma anche del corpo: libro aperto che può essere sfogliato da chiunque abbia volontà di leggerlo.

Ecco il senso dell’opera di chi scrive: rimettere la propria esistenza, il suo senso, la sua durata, nelle mani di chi ci lascia liberi di chiuderci in noi stessi senza confrontarci con il Mistero o di rapportarci con ciò che potrebbe dare senso a quello che siamo.

Periodo di transizione difficile da vivere è la riflessione, soprattutto quando si mette in gioco tutta una filosofia di vita, una morale che sentiamo appartenerci, ma che è, lì, subito pronta a sfuggirci di mano.

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ONNIAMORE

accettare di farsi

trasparenza (libro aperto)

lasciarsi attraversare

dalla vita – da morte-vita (rosa

e croce) –

da Colui-che-è: l’ Onniamorevole

di fronte all’Assoluto

…immersi

nell’Assoluto –

quando il R a g g i o

assorbirà le ombre

Felice Serino

*

Commento di Luca Rossi. Maggio 2002

La vita come apertura all’Assoluto, a ciò che è disciolto dalle cose terrene, per confessare fin da subito la propria sincerità,quella sincerità che si fa trasparenza dell’anima, ma anche del corpo: libro aperto che può essere sfogliato da chiunque abbia volontà di leggerlo.

Ecco il senso dell’opera di chi scrive: rimettere la propria esistenza, il suo senso, la sua durata, nelle mani di chi ci lascia liberi di chiuderci in noi stessi senza confrontarci con il Mistero o di rapportarci con ciò che potrebbe dare senso a quello che siamo.

Periodo di transizione difficile da vivere è la riflessione, soprattutto quando si mette in gioco tutta una filosofia di vita, una morale che sentiamo appartenerci, ma che è, lì, subito pronta a sfuggirci di mano.

“Onniamore” è una poesia a carattere fortemente religioso, interessante nella forma, viva nel contenuto. “Viva” in senso di “sentita”, di portare cioè chi legge a porsi degli interrogativi, perché la fede in fondo non è che una continua domanda che non trova risposta, se non nell’accettazione, come dice il poeta, di lasciarci attraversare dalla vita e, subito dopo, dal ricordo inestinguibile della morte.

Di forte impatto è la chiusura con il riferimento a quel “Raggio che assorbirà le ombre”: noi, nient’altro che esseri inconsistenti che per un attimo proiettiamo la nostra figura sul suolo, quando il nostro corpo si interpone tra l’astro che brilla e la terra sulla quale viene a definirsi l’immagine sempre distorta di ciò che siamo.

Inconsistenti fino a quando ci libereremo del peso della nostra esistenza per essere attraversati dalla Verità che libererà l’ombra dal suo oscuro colore per essere luce, per essere consistenza di ciò che prima era solo labile fede.

QUALE AMORE

(a cura di Luca Rossi)

nell’amore sai non c’è ricetta

che tenga: è buona regola giocare di

rimessa / vuoi

possedere l’oggetto d’amore e

resistere all’amore Quello-che-si

dona

tu cuore diviso tra cielo e

terra carne/amore non più che sparso

seme

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

*

Il nostro incurabile istinto di possedere, di assimilare nel senso più crudo del termine, è il mezzo attraverso cui passa gran parte della nostra esperienza estetica.

Noi ci abbracciamo premendo un corpo contro l’altro, e così riduciamo a zero quella bellezza umana che è fisica solo nel senso che la superficie del corpo è animata da uno spirito che il nostro tatto in quanto senso non può raggiungere.

(Dag Hammerskjold – da DIARIO – Vagmarken: Piste)

*

La poesia sonda un territorio così vasto e profondo che potrebbe essere considerato la prima e l’ultima sfida dell’esistenza prima di giungere ai confini di una verità che renderà l’uomo finalmente libero dalle proprie passioni.

L’amore è confronto perché ci porta non solo a relazionarci con gli altri, ma anche a conoscere noi stessi, a metterci in gioco.

Quali comportamenti siano più indicati quando vogliamo che l’altra persona divenga per noi nessuno ce lo può dire, perché il cuore detta legge a un uomo nuovo che porta dentro di sé un sentimento forse mai sperimentato prima.

“Non c’è ricetta che tenga”, dice chi scrive.

Eppure ci può essere una sorta di “educazione”, capire che l’oggetto del nostro amore è dunque per noi e non nostro nel senso possessivo del termine.

C’è chi vorrebbe fagocitare, ingoiare questo amore perché non si dilegui e c’è invece chi mantiene le distanze per la paura di non essere corrisposti. Entrambi comportamenti sbagliati che la poesia non cerca di correggere ma solamente di sottolineare (vuoi / possedere l’oggetto d’amore e / resistere all’amore Quello-che-si- / dona).

Bisogna imparare a gestire le proprie passioni cercando una nuova linea d’orizzonte dove il cuore rimane libero di decidere (tu cuore diviso tra cielo e / terra carne/amore) sapendo che l’amore che vuole possedere è un amore che rende prigionieri, che soffoca, che non permette alcuna realizzazione, nessuna crescita.

Nutrire poi la terra con il proprio seme perché produca frutto, perché dia senso a questo bisogno di donarsi.

Liberi dall’incertezza che il cuore non sia una prigione dove rinchiudersi e dove rinchiudere, ma una terza terra di frontiera da esplorare in due, in ogni istante.

.

CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: “PARUSIA”

Di Luca Rossi

Settembre 2003

PARUSIA

(nell’ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull’oltretempo ai bordi

della luce

presenze

evanescenti in chiarità

di cielo: farsi

corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

*

Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del Poeta.

Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di fare troppo rumore con il suo raccontarsi).

“Perché?”, mi domando.

Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che trova il suo spazio in una terra comune “sull’oltretempo”, come dice il Poeta, dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.

Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio involucro apparente, l’ultima luce riveste l’individuo di una nuova essenza prima dell’ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà il tempo vissuto.

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino

Sospensione

un camminare nella morte dicevi

come su vetri non conti le ferite

aspettare di nascere uscire

da una vita-a-rovescio

riconoscersi enigma dicevi

di un Eterno nel suo pensarsi

*

In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.

Cammina senza sapere quando il filo terminerà all’altro capo, al capo opposto da cui è partito. Sa che l’attende il vuoto, ma non ha paura. D’altronde camminare sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a spezzargli la vita.

Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e poi tornava all’ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l’avrebbe fatto scendere. Ora, invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si distoglie da lui e lo rassicura.

Più va avanti e più in quello sguardo sente di riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e quell’unisono sarà l’eterno.

Secondo l’occhio dell’uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni; tutt’altro è per l’uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose che finiscono.

Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L’indecifrabile, il non ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.

Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).

.

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO “RICORDA”

Ricorda

[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra

grumo di sogni

peccato che cammina

ma

s e i a m a t o

immergiti

nella luminosa scia di chi

ti usa misericordia

ritorna a volare:

ti attende la madre al suo

nido

ricorda: sei parte

della sua infinita

Essenza

nato

per la terra

da uno sputo nella polvere

da La bellezza dell’essere, 2007

*

“Ricorda”, ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza, alla sua decisione di dire le cose senza addolcirle (con tutta la loro drammaticità).

“Ricorda” ripercorre il cammino dell’uomo su questa terra nelle sue fasi essenziali (meno seccamente di Turoldo), fasi che confluiscono nella visione futura dell’Eternità.

Il peccatore, il sognatore non sa quanto sia stretto il buco nella clessidra che lo proietterà dall’altra parte, oltre il tempo, oltre quel tempo che non può calcolare perché è all’oscuro della fattezza di quel buco… Quel buco è la mano di Dio che dopo aver soffiato la vita e con la saliva impastato la terra per la nostra natura, decide che sia giunta l’ora che ritorni secca; come sabbia scivoli dal suo pugno. “Ma sei amato” e quindi ti riprenderà trasformato a sua immagine e questa volta senza parentesi.

Considerazione sulla poesia “Lacera trasparenza”

Lacera trasparenza

insaziata parte

di cielo

vertigine della prima

immagine

e somiglianza

vita

lacera trasparenza

sostanza di luce e silenzio

sapore dell’origine

fuoco e sangue del nascere

da La bellezza dell’essere

*

“Lacera trasparenza” la vita. Quanto fa pensare da solo questo verso. La vita sporca le vesti pulite (trasparenti) del bambino che viene al mondo…

Andrea Crostelli

.

Commento alla poesia di Felice Serino “La tua poesia”

Di Luca Rossi. Giugno 2003

LA TUA POESIA

quando un capriolare nel mare prenatale

ti avrà fatto ripercorrere a ritroso

la vita (tutta d’un fiato) azzerando l’Io spaziotempo –

allora leggerai la vera sola poesia aprendo

gli occhi sul Sogno infinito: la tua

Poesia cavalcherà in un’ albazzurra i marosi

del sangue fiorirà negli occhi di un’eterna giovinezza

Da La difficile luce, 2005

*

La poesia scritta da Serino è tutta un inno alla giovinezza, ma non alla giovinezza in generale, bensì a quella dell’anima, la quale non si consuma ma resta sempre uguale, e che il tempo non dissipa con il suo correre inarrestabile; è un’indicazione sul modo di come fare per riappropriarsene, quando ormai i giorni sembrano non averne più memoria ed è pure un canto alla verità su cui si basa l’esistenza.

Aprendo la prima strofa con un verbo “montaliano”*, il poeta immerge fin da subito il lettore nelle acque di un mare che è origine, inizio, ora zero, epifania della vita, cioè quello del grembo materno, in cui la madre è ricordata, in modo traslato, un po’ come la madre Terra, da cui tutto è generato. E non potrebbe essere altrimenti.

Per un attimo sembra che a un punto esatto dell’esistenza, facendo capriole, come è tipico dell’età infantile, colui che legge faccia ritorno a quel tempo originario, primordiale. E la vita rapidamente inverte il conteggio delle sue ore, dei suoi giorni, dei suoi anni fino a pochi istanti prima del suo nascere; un ritorno che è segnato dalla corsa rapida del pensiero che si fa viaggio, perché il “pensiero” è sinonimo per eccellenza di velocità che brucia lo “spaziotempo”, come lo definisce Serino, in cui l’essere vi si trova immerso.

Ed è in questo preciso punto che il poeta ci fornisce la chiave di lettura del testo; nel momento in cui dice (con parole che hanno un che di sapienziale e dal fascino indiscutibilmente bello, nel senso più ampio del termine) che solo allora “leggerai la sola vera poesia aprendo gli occhi sul Sogno infinito”.

Eleganza del verso e simbolismo indiscusso di tutta una rappresentazione di segni e concetti. E non è un caso se la parola poesia riportata nel procedere della lettura è scritta in carattere minuscolo la prima volta ed in maiuscolo la seconda; non si tratta di un errore, non è una distrazione di chi scrive e neppure una “licenza poetica”, in quanto la prima raccoglie la vita nel suo significato generale, quella sociale, magari vissuta superficialmente, banalmente, senza prestare attenzione ai segni criptati che ci provengono da un destino già scritto, mentre nel secondo si vuole fare esplicitamente riferimento alla vita del singolo, quella del lettore che diviene il vero protagonista del messaggio a cui il poeta vuole indirizzare il suo pensiero.

Meriterebbero questi primi due aggettivi e il sostantivo che ne segue alcuni approfondimenti, percepire il pensiero di chi scrive.

Il primo, vera, in quanto autentica, coerente con il proprio Io, con il proprio credo, che forse è andato perduto con l’avanzare degli anni. Ma è solo una percezione, un’intuizione a cui il poeta ci dice di porre attenzione.

Dopo tutta una vita spesa per “farci notare”, per non essere esclusi dal progresso nel quale se non si lascia un segno non si è nessuno, la riflessione stessa a cui siamo stati chiamati ci porta a fare un’analisi storica del nostro vissuto, interrogandoci sul fatto che sia stata proprio quella la via che volevamo percorrere,e che siamo stati costretti a calpestare, per fare “sentire” la nostra voce in mezzo alle voci di coloro che hanno voluto gridare di più per apparire, per sembrare, per affermarsi.

Ed è in quel momento che la verità si fa strada e si rivela per quella che è, nuda, scarna, senz’ombra, gettando quasi un alone di colpevolezza sulla propria coscienza che ci portava a credere di essere nella verità.

Sola, perché non ne esiste un’altra. Non esiste un’altra verità che può essere uguale alla nostra, confrontabile, similare, un io uguale all’altro col quale porre limiti e infiniti orizzonti da cui trascendono i progetti.

Non è confrontabile un vissuto con l’altro, per quanti errori o cose positive abbiamo compiuto all’interno della nostra vita.

Portiamo con noi una serie di prove da superare che forse non riusciremo a portare a termine, un’infinità di progetti che vedremo fallire, ma anche la speranza che forse qualcuno un giorno, fosse anche il fratello che proviene da lontano, il pellegrino per eccellenza (inteso in senso cosmopolita) possa comprenderle (nel senso etimologico del termine, prendere-con-sé).

Portiamo con noi anche le cose belle, compiute, quelle positive, costruttive, dalle quali però il più delle volte ci aspettiamo riconoscenza, e non dovremmo, perché la vera Poesia, e qui il sostantivo inevitabilmente viene riportato in caratteri maiuscoli, deve rimanere anonimo, noto solo agli occhi di Colui che tutto vede e di cui noi abbiamo conoscenza per fede e testimonianza teologica.

Qui il sostantivo acquista il suo vero significato, insindacabile, indiscutibile della creazione.

Difficoltà estrema quest’ultima (indicata dal poeta con riferimento ai marosi) dell’uomo, di cui la parola sangue ne rievoca chiaramente l’immagine e ne sottolinea l’unicità, quasi fosse una carta d’identità, e con la quale è chiamato a vivere senza mai perdere la sua vera bellezza, che il poeta recupera prima della chiusura, in direzione di un azzurro verso il quale cavalcare; colore di una giovinezza che fu, che continuò a essere e che sarà, ogni qual volta l’eternità ci chiamerà a volgere lo sguardo verso un mondo che adesso non è più, ma nel quale fino a un attimo prima eravamo vissuti.

* Capriolare.

un pò ti cerchi un pò ti butti via…

GIOVINEZZA

Prati teneri, intenso verde,

caviglie agili, snelle

dal venticello gaio frustate…

palpiti e sussurri, risa;

acqua di ruscello

fresca, tersa

come i miei pensieri:

una tenera ansia da consumare.

Un altro Io era quello…

Lasciai lì le mie ceneri

sparse al vento.

_ _ _

Questa mia poesia è dell’anno 1967 e chiude una breve raccolta pubblicata sotto pseudonimo (da me ripudiata). Delle altre, è quella non da salvare ma che mi fa meno ‘sorridere’…

Ma devo confessare che della mia giovinezza ho poco da sorridere: rivedo un ragazzo piegato sulla solitudine, forse un pò voluta (una vita incolore, un pò ti cerchi un pò ti butti via), preso nella spirale di una mania depressiva che mi spinse a un tentativo di suicidio.

Sono gli anni più belli? Dicono. Mah!; difficile la maturazione in quel periodo acerbo, età definita ‘ingrata’, quando non si hanno punti precisi di riferimento e manca l’ affetto familiare, manca l’amore, un amore vero e pulito per cui ti alzi la mattina e ringrazi Dio di essere vivo… Un’età avvolta di fragilità esistenziale mascherata di aggressività; – tiri fuori le unghie anche se spesso te le rivolti ad affondarle nell’anima…

Pensare di morire a quell’età! Sta di fatto che il mio pensiero fisso sulla morte si rispecchiava in quelle poesie giovanili.

Sono un mistero a me stesso

da me una distanza mi separa:

attraversa un incendio

la carne: per farla d’aria – vitreo

sperimento

mistero a me stesso

e il mondo m’è fuoco dipinto ¹

Da Fuoco dipinto, 2002

¹ verso da Maria Luisa Spaziani

Felice Serino

*

Felice Serino con la sua sintetica poesia merita, certamente, una particolare attenzione perché con voce profonda sa esprimere le sue visioni, fatte e approfondite anche scientificamente. L’essere mistero a se stesso è una genuina necessità del recupero di tensioni interiori, che il poeta con i suoi versi brevi pare voglia esprimere sentimenti di fuoco per distruggere e disperdere nell’aria il suo essere. La poesia di Serino è esaltante proprio per le osservazioni attente che coinvolgono ogni lettore nel mistero.

[giudizio critico dalla pagina web “Poeta e pittori del terzo millennio”]

.

AZZURRE PROFONDITA’

(a cura di Luca Rossi)

la testa affondata nel cielo (azzurre

profondità rivelano ombre

essere i corpi) – il foglio la mano un

vuoto –

mi levo dal sogno bagnato

di luce

[da Fuoco dipinto – 2002, edizione dell’Autore]

Felice Serino

*

Non c’è indugio nel chiederci se sia vero o meno ciò che questa poesia vuole esprimere.

Viviamo a lato di noi stessi senza conoscere la realtà che ci accompagna perché siamo solo ombre che non si levano al di sopra dell’oggetto di cui disegniamo l’immagine e non possediamo nulla che ci consenta di separarci da ciò da cui dipendiamo senza perdere la nostra identità, la nostra capacità di potere distinguere, di potere testimoniare una verità che è tutta un’esistenza, che ci consente di oggettivare il senso e la distanza che ci coinvolgono – senso come significato delle cose che il sogno racchiude e distanza come confine tra desiderio e realtà.

Ci leviamo dai sogni in cui siamo caduti bagnati ancora dai bagliori del giorno perché la notte ci creda solo figli della luce quando il sole rischiara l’oggetto da cui prendiamo forma.

Poi siamo pronti a scomparire per essere forse solo allora dei corpi la cui realtà non è altro che la notte in cui trovare rifugio.

Siamo il foglio sopra il quale scrivere una storia; siamo la mano che la descrive, ma siamo anche il vuoto, quel vuoto che ne seguirà non appena la nostra condizione muterà per rivelare quella diversità che ci portiamo dentro.

Siamo ombre che credono ai sogni da un lato (il corpo che vorremmo essere) e corpi che forse vivono solamente di illusioni dall’altro (l’ombra quale giustificazione dell’esistenza del corpo).

Corpi e ombre, ombre e corpi: due realtà per un’unica condizione che non chiede altro che di essere considerata per continuare a esistere.

Giorno di Pasqua 2001