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Felice Serino / Caffè Letterario
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Sprazzi di pace
spiove dal cielo una luce
di stelle gonfie di vento – quasi
provenisse dall’oltre
nel cuore un aprirsi
di sprazzi di pace: vedermi
in tutto col mio sognare –
il vissuto la vita
sognata
*
Creatura
mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano
Signore non posso
che offrirti il mio niente –
fragile creatura
ti devo una morte
*
Ha memoria il mare
1.
la forma del vento disegnano
rami contorti
voli
di gabbiani ubriachi di luce
a pelo d’acqua decifrano tra
auree increspature le vene del mare
2.
interroghi sortilegi nella
vastità di te solo
ti aspetti giungano da un dove
messaggi in bottiglia un nome un grido
ha memoria il mare
scatole nere sepolte nel cuore
dove la storia
ha un sangue e una voce
*
Rosa d’amore
letificato d’amore angelicato fiore
si schiude la rosa
fra cristalli dell’inverno
*
Per speculum in aenigmate
chi sei: quale il tuo nome nel registro
della Luce quale la tua figura
inespressa
questo non aversi
come morire sognarsi
in seno a cieli di cui non è memoria
…caduto
il velo il tuo Sé faccia a faccia
un ri-trovarsi:
moltiplicato
*
A risalire le ore
non resteranno tracce
dei giorni solo parole
scritte sull’acqua
a risalire le ore
del sangue
il vortice del vuoto: solo le stimmate
parleranno
dell’amore che hai dato
*
Appoggiata ad una spalliera di vento
e nel momento del distacco
l’io si farà fragile foglia
appoggiata ad una spalliera di vento
(da Il sentire celeste, Poetilandia, 2006.)
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Felice Serino nasce a Pozzuoli nel 1941. Già negli anni Settanta i suoi versi sono presenti in rubriche e riviste letterarie. La raccolta poetica “Il Dio boomerang” (1978) inaugura una nutrita serie di pubblicazioni che gli attirano l’attenzione e il plauso della critica, fruttando alla sua opera premi e riconoscimenti.
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Fin dall’inizio, la poesia di Felice Serino si fa notare per l’originalità con cui riesce a rendere un mondo interiore quanto mai ricco e variegato che, pur nella sua ricerca – ora serena ora tormentata – dell’Essere-Uno-Dio, non cede alla tentazione di ripiegarsi in sé, ma si lascia toccare dagli echi del suo tempo, dalle forze della natura e dalla struggente inafferrabilità degli affetti.
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Caratterizzata da uno stile asciutto e al tempo stesso di grandissima intensità, nonché dal singolare incontro fra esistenzialismo e trascendenza, la poetica di Serino è la voce tutta umana di un’anima che si sa scintilla di Luce immutabile, e che perciò cerca, instancabilmente e talvolta dolorosamente, il divino che è dentro alla caducità della vita.
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La parola, monade finita ma dalle inesauribili possibilità: Serino la tratta come uno strumento musicale, la sceglie con cura, la fa vibrare, riversa all’esterno quell’armonia che può nascere solo dal lasciarsi risuonare.
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Nella sua lunga e proficua stagione letteraria, Felice Serino ha dato alle stampe (e negli ultimi decenni anche al web e al digitale) raccolte poetiche, articoli di storia e critica letteraria, poesie sciolte su blog, social e siti di associazioni culturali. Multiforme è la sua attività redazionale: gestisce personalmente diversi blog (come Assonanze) ed è presente su siti e piattaforme quali Academia.edu, La Recherche, Scrivere e Alessandria Today. E’ stato recensito da nomi celebri del panorama intellettuale italiano e tradotto in varie lingue. Da anni vive e scrive a Torino.
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Tra i suoi scritti poetici si ricordano ancora le raccolte Frammenti dell’immagine spezzata (1981), Di nuovo l’utopia (1984), Idolatria di un’assenza (1994), Fuoco dipinto (2002), La difficile luce (2005), Ad altezze segrete (2017), La vita nascosta (2017), Vita trasversale e altri versi (2019), Sospensioni (2024).
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Donatella Pezzino
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https://poesiaurbana.altervista.org/felice-serino-caffe-letterario/?fbclid=IwY2xjawIKyOtleHRuA2FlbQIxMQABHSdtCtcvwj10WEwV32v-5cycmIo2g7Px82HGOl3JI_nDfsoVjlVumyOE5w_aem_kaloRYvf1rgNmoffGOZx-A
“La Ricerca di Felice Serino”: Un’Odissea Introspettiva. Recensione di Alessandria today
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La Ricerca, poesia di Felice Serino, è un’esplorazione profonda dell’animo umano e della sua incessante ricerca di significato. La poesia ci porta in un viaggio introspettivo, attraverso i dubbi, le paure e le speranze che caratterizzano la nostra esistenza.
Serino utilizza un linguaggio ricco e suggestivo per creare immagini vivide nella mente del lettore. Le sue parole ci trasportano in un mondo interiore di riflessioni e domande esistenziali.
La poesia è ricca di metafore, come la vita paragonata ad un “mare in tempesta” e la ricerca di significato ad una “stella polare”. Queste immagini rafforzano l’idea della vita come un viaggio incerto e pieno di sfide.
Il tono generale della poesia è riflessivo e malinconico. Serino riconosce la difficoltà di trovare risposte alle domande più profonde della vita, ma non si arrende. La poesia ci ricorda che la ricerca di significato è un viaggio che vale la pena intraprendere, anche se non sappiamo dove ci porterà.
In sintesi, “La Ricerca” è una poesia profonda e toccante che esplora il tema universale della ricerca di significato nella vita. La poesia ci invita a riflettere su noi stessi e sul nostro posto nel mondo.
Pier Carlo Lava
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La ricerca
uscire
dal porto -il cuore in mano-
issare la vela della
passione
dietro lo stridulo
urlo dei gabbiani
tra le vene bluastre del cielo
foriero di tempesta
squarciare
nel giorno stretto
il grande ventre del mare
che geloso nasconde
negli abissi
i suoi figli
“La Ricerca di Felice Serino”: Un’Odissea Introspettiva. Recensione di Alessandria today
Critica al libro “In una goccia di luce”
di Felice Serino.
A cura di Luca Rossi.
Febbraio 2009.
Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il
pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce queste nuove liriche, riaffermando
il suo indagare su ciò che è temporalità e realtà.
Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato. Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge. Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo. Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…//si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”.
Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/ scuote la morte”, come afferma in “Insostanziale la luce”.
Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”.
Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”. Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi.
Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/ trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre ti ripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”.
Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert?
Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove colui che scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono. Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente. Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono.
Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare.
Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire.
Una poesia fine a se stessa, con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni -e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// – che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”.
La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”, da “L’invito”.
La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.
Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciò che abbia scritto. Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta.
Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero.
Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete.
Mercurio, nella mitologia romana.
Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere.
Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato.
Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso.
Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.”
Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.
VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA
Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi (“Il dio-boomerang” 1978; “Frammenti dell’immagine spezzata” 1981; “Di nuovo l’utopia” 1984; “Delta & grido” 1988, in un’opera unica inserendo anche la sua ultima silloge “Idolatria di un’assenza”.
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: “Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all’estrosità della penna matura dell’autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore”.
Giustamente, è la maturità dell’autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l’ambiguità, l’importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di “fondo”, sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: “la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore”; il suo grido si alza, là dove necessita, nell’universale stordimento degli eventi: “ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci”.
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: “gli anni che il volto grida l’amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l’urlo” oppure: “tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell’inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d’insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando”.
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: “da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti” per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: “detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra”.
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente “lasciamo il posto alle macchine”, nell’insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che “le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi”): “al trillo della sveglia c’è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c’è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l’anno con un volo / dall’impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù”.
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo “Idolatria di un’assenza” è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un’ altezza e un’angolatura sempre differenti: “li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze” là dove l’uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: “recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico”.
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: “lancerà l’orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine”.
Fabio Greco
[“reportage” – n. 21/’94]
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “FUOCO DIPINTO”
di Felice Serino
[edizione dell’autore, 2002]
Corpo di vetro
Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.
A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene
più che con l’indaco delle tue arterie,
comunque sia vuole sentirsi uomo
forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda
perché costui ci si rispecchi perché l’umanità nel mondo
è ciò che prevale e pervade il mondo
finché ci sarà mondo,
allora il cielo non può far altro
che ripiegarsi nel gesto d’amore iniziale
e improntare continuamente la sua somiglianza
col fiato sospeso di chi attende
la perfezione finale del ricongiungersi.
E’ pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo favorisca la sua “presa”, e in quel momento d’estasi che non t’appartieni sei finalmente libero. Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos’ altro che ti ama e ti sovrasta d’amore.
In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro, accessorio superfluo, e quindi… “ride la tua immagine d’aria”.
E’ la fusione del tuo corpo nell’immenso corpo cosmico. Diventa una fatica sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a percorrere.
Quella “carne attraversa un incendio”, un incendio piacevole, pienezza per l’anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento, di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio, soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.
Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia, e sa cosa potrebbe aspettargli: “di certo m’imbavaglieranno / non sopportano di guardarmi negli occhi”. Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo) per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza della parola che gli esce dal di dentro.
Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: “Frammento (lettera di un malato terminale)”], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi per l’astrologia.
Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice Serino ridanno fiducia all’uomo che vuole incontrare animi trasparenti per procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell’esistenza.
* * *
Clessidra in polvere
Il tempo è un’argomentazione che preme al poeta; Serino dice: “nel sangue un tempo tuo – rotondo”. Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si tende alla perfezione. A me lancia l’immagine del ciclista, quello bravo dalla “pedalata rotonda”, costante, mai scomposto e bello da vedere.
Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo. Infiammare il sangue d’amore è benzina che brucia il l’acido lattico alle tue gambe che vorrebbe bloccare la tua corsa. Senza ostacoli nell’ immaterialità delle cose avanzi con l’aiuto dell’angelo che “da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo”.
Il tempo frequentemente è l’accusatore e l’accusato delle nostre irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d’irreale? Perché non portarlo in un altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi “cosmonauti di spazi / sovramentali”?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?! Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!
“Nel paese interiore” – aggiunge il poeta – “vivo una stagione rubata al tempo”.
Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste, perché egli ama guardare “all’indietro nell’imbuto fuori del tempo” e avanti “per volare fra le braccia della luce”, proiezione anch’essa d’eternità.
Andrea Crostelli
Solo Recensioni: Navigating Local Choices with Confidence
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “LA DIFFICILE LUCE” , 2005
di Felice Serino
Nostalgia immemore
Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.
Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c’è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c’è un ricordo bello e non c’è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c’è… non c’è, non c’è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell’amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l’eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d’infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell’atto del creare, han separato Creatore e creatura. E’ questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.
E’ facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo:
preghiere o imprecazioni in attesa dell’immancabile ritorno.
Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi.
Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l’ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell’estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell’Eden, come una goccia d’acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.
Andrea Crostelli [lettera privata]
Dietro il velario di Felice Serino letto da Angela Greco AnGre
24 settembre 2024 ~ Angela Greco – AnGre
Il collage posto in copertina (composto dallo stesso autore e pubblicato in catalogo) è immagine che al meglio non poteva aprire-presentare Dietro il velario, e-book del 2024, prodotto in proprio con prefazione di Mario Sacomanno: una visione estesa sugli accadimenti del mondo e intensamente vissuti dal poeta. Una collettanea di scritti del 2021 e di esperienze nella quale Serino (in questo blog) torna a fare esatta mostra della sua ormai consolidata capacità di visone e scrittura, procedendo in quell´avanzamento tecnico-stilistico, quella “maturità” a volerla chiamare in altro modo, che già si era mostrato in precedenti lavori.
Le produzioni di Felice Serino sono passi segnati, punti fermi, soste di consapevolezza, riflessioni estese sul lavoro compiuto e sempre offerto in maniera gratuita al lettore che ne segue il cammino, passo dopo passo.
Dietro il velario, fin dal titolo, ha il pregio di restituire al lettore una situazione che spesso sfugge, ossia quella di domandarsi a riguardo di cosa ci sia o possa esserci al di là di quello che si vede e si sente. Un susseguirsi di componimenti che conducono il lettore a interrogarsi su quel qualcosa che ormai è sempre più nascosto da tanto, da troppo. Ed ecco, allora, che la poesia si fa introspezione, domanda, ricerca meticolosa del protagonista nascosto da quel velario-mondo: l´Uomo. Uomo, che avverte nitida dentro sé la coesistenza dei differenti dualismi che lo distinguono dagli altri esseri viventi e con i quali costantemente deve imparare a vivere e, ancor più, convivere.
In te l´immenso
quest’allumare d’anima che
senti come vastità
di rifiorite rive
questo accogliere in te
l’immenso
oltre l’esilio di carne
franta
Il poeta, quindi, riducendosi alla essenzialità della parola e indagando su quello che è nascosto, cerca l´ appartenenza alla sua essenza e contestualmente cerca di ritrovarsi per poter, successivamente, ritrovare tutto il perduto che compone l´intera esistenza non soltanto propria. E qui entrano in gioco i vari aspetti di cui si compone l´Uomo e che Felice Serino riporta nella sua scrittura poetica: il quotidiano, il sacro, l´ attualità, la circostanza particolare, l´arte e la filosofia, compagni di domande e riflessioni che completano la poesia stessa.
Non si è mai scesi dal grande palcoscenico della Vita, nemmeno a fine stagione o per l´intervallo tra due atti, e Felice Serino ha intuito che occorre ricondurre tutto alla verità che sempre più si fatica a seguire, perché richiede sacrificio, scelte precise e conoscenza prima di tutto di se stessi. Il poeta, allora, nei versi di Serino, divine il mezzo per approdare alla nuova riva di una terra ferma tutta da ricostruire e ancora assolutamente necessaria per il prosieguo di questa favolosa avventura a cui tutti siamo chiamati. [Angela Greco AnGre]
Dietro il velario
che siamo –
un fremito – come quello che avvertì
il primo uomo – in questo volteggiare
d’anime erranti
maschere in una
pantomima –
dietro il velario
dove s’apre il grido
della bellezza ferita
riconoscersi
.
Dietro il velario di Felice Serino letto da Angela Greco AnGre
Fra sogno e realtà
Quell’onda che ti tiene lieve – Felice Serino – Urso – Pagg. 56 – ISBN 978-88-
6954-242-8 – Euro 10,00
E tre, verrebbe da dire, perché con questa sono tre le raccolte di poesie di Felice Serino che ho avuto l’opportunità di leggere. La prima, che mi ha fatto incontrare l’autore, è stata Dalle stanze del cuore e della mente, una sublimazione della parola, la seconda è invece stata Sopra il senso delle cose, una silloge che, recensendola, ho ritenuto di definire frutto dell’esperienza e della creatività. Del resto il poeta, di origini napoletane, ma dimorante a Torino, è un artista di lungo corso che via via negli anni ha affinato il proprio modo di verseggiare, e ciò è facilmente riscontrabile leggendo le sue composizioni in ordine temporale. Questa che ora ci occupa si inserisce cronologicamente, almeno come epoca di pubblicazione, in posizione intermedia, senza segnare una marcata evoluzione e fermo restando quella ricerca introspettiva che è materia propria dell’autore uso ad approfondire con progressività.
Nel contesto di ricerca di ciò che può rivelare il proprio Io si nota particolarmente, apprezzando, una visione evanescente che dona particolare fascino, ammantando il verbo di magia, all’intero corpo come in Angelo della luce: adagiati creatura del sogno / sulla curva del nostro abbandono / la lontananza è ferita insanabile / un cielo d’astri divelti / e tu balsamo sei / -tu orifiamma tu altezza / sognato stargate – /dove voce insanguinata c’inchioda / dalla caduta. Sono versi che tendono a volare, a superare confini naturali per congiungersi a un mondo di fantasia, la cui porta, lo stargate, è in attesa di essere valicata. In questo universo che si potrebbe definire poetico Serino s’invola, novello Ulisse verso un’Itaca che è la propria dimensione interiore, un’avventura senza fine in cui conta di più la conoscenza che si incontra nel percorso che il raggiungimento della meta (da Sull’acqua: sul grande mare del sogno / veleggiano i miei morti / gli occhi forti di luce / con un cenno m’invitano / al loro banchetto sull’acqua / d’argento striata / m’accorgo di non avere / l’abito adatto / cambiarmi rivoltarmi / devo / vestire l’altro da sé .). E tutto procede in una sorta di limbo, un sogno che porta ad altra dimensione, e in cui con maggior chiarezza è possibile leggere dentro di sé, in una visione che continua a essere evanescente, una sorte di ectoplasma che avvince e respinge (da L’elemento celeste: tornerò ad essere pensiero espanso / quando dalla scena / sarò sparito / dove si curva all’orizzonte il mare / sarò forse atomo / fiore o stella e / in estasi / mi unificherò all’elemento che da sempre / mi appartiene). Si resta attoniti, anche sgomenti spettatori di una metamorfosi, di una trasformazione che è un’implosione della persona stessa, e,
comunque, il tutto si riassume, si comprende con chiarezza in questi versi, con cui vorrei chiudere la recensione di un’opera complessa, ma dall’indubbio fascino: da In vaghezza di sogno “ ti rigiri e vedi -in vaghezza di sogno / un te estraneo vagare / per strade buie e vuote / come un san sebastiano a trafiggerti / gli strali della notte – senti / recalcitrare / in te l’uomo vecchio – ah convivere / con gli umori di un corpozavorra / ti avvedi d’aver perso le chiavi / di casa mentre un gallo / canta / in lontananza ed è l’alba “.
Renzo Montagnoli
RECENSIONE DI RENZO MONTAGNOLI A “SOPRA IL SENSO DELLE COSE”
Sopra il senso delle cose
di Felice Serino
Libreria Editrice Urso
Poesia
Pagg. 56
ISBN 9788869543463
Prezzo Euro 10,00
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Esperienza e creatività
Sopra il senso delle cose è un’altra silloge che si aggiunge alla già corposa produzione poetica di Felice Serino a cui di certo non mancano né l’esperienza né la creatività che con il passare degli anni si sono fatte più mature, pur restando la tipicità dell’autore di trasporre la realtà in una visione onirica, che ben si presta a essere espressa in versi, come nel caso di Sopra il senso delle cose, poesia che dà il titolo all’intera raccolta ( chi può conoscere / meglio della terra i morti / l’inverno col suo bianco manto / il silenzio copre e il loro cuore / oltre orizzonti di palpiti / vegliando aleggia / il mistero / sopra il respiro dei vivi / sopra il senso delle cose / come un sole freddo ).
Come sempre Serino tende a sublimare la parola, così che la stessa non è solo parte di un discorso, ma diventa autonomamente mezzo di espressione, frutto di una ricerca per nulla semplice, ma dai risultati di notevole effetto, e ciò nonostante predomini un certo ermetismo, peraltro di non difficile interpretazione ( di sguardi è il sogno o polvere / della nostra creazione noi polvere / del sogno noi sogno di Dio / tra intermittenze / di fosfeni veleggia / l’ “occhio” per inesplorati lidi ).
Ogni tanto il tema ripercorre il passato, sempre più presente mano a mano che aumenta l’età, ma non c’è rimpianto, se non la semplice constatazione che ogni epoca ha le sue caratteristiche e che la vecchiaia è fatta di ricordi che appaiono luminosi nella nebbia del tempo trascorso ( Mare d’erba – con l’ avanzare degli anni / riduci sempre più il percorso / delle tue camminate / giungerà il momento / di affacciarti solo sull’ uscio / o dalla finestra vedere l’ immensa / distesa di verde e nello / stravedere la scambierai per quel mare / che ti vide nascere / -ti brilleranno gli occhi andando / col pensiero alla fanciullezza gaia / ora quella luce è fuggita / lascerai / impregnato quel mare d’erba / di amori e pene ed eterei voli ).
Sarà per la mia non più verde età ma resta il fatto che sono in sintonia con quanto esprime Felice Serino e quindi il mio giudizio ampiamente positivo ne è influenzato; tuttavia, anche leggendo e analizzando asetticamente le poesie che compongono questa raccolta non si può fare a meno di rilevare le felici scelte espressive, lo svolgimento armonico delle tematiche e l’indubbio piacere che si ritrae, tutti elementi altamente qualificanti che se sono una caratteristica comune a tutta la produzione dell’autore non sono però scontate nel caso di altri poeti.
Aggiungo inoltre che la semplicità che caratterizza le composizioni è da sempre una meritoria caratteristica di Serino, il cui ermetismo, mi preme ribadirlo, è tale da non rendere problematica l’interpretazione dei suoi versi, a tutto vantaggio della gradevolezza che si accompagna alla lettura.
Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941 e vive a Torino. Autodidatta.
Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio-boomerang” del 1978 a “Dalle stanze del cuore e della mente” del 2020); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in nove lingue.
Intensa anche la sua attività redazionale.
Gestisce vari blog e tre siti.
Renzo Montagnoli
https://www.amazon.it/review/R3PGQC6IH0OHN9/ref=pe_1640261_66412381_cm_rv_eml_rv0_rv
https://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=22694
https://www.ibs.it/sopra-senso-delle-cose-libro-felice-serino/e/9788869543463
http://kultunderground.org/art/39835/
http://www.poetare.it/recensioni.html
Trasparenze – Recensione di Giovanni Perri
Poeta prolifico e di lungo corso, Felice Serino compone per accensioni. La sua è una poesia che non dà risposte ma interroga, e chiedendo, sigilla un piccolo mistero musicale. Ecco: per Serino il canto è ciò che di sacro ci accompagna nell’Oltre da cui veniamo, il mezzo per accedere all’inconoscibile che ci sovrasta, il punto azzurro nel cerchio che fa alta la vita.
C’è sempre una luce, un soffio di parole, l’anelito di un angelo guida; e poi c’è un uomo chiuso nella sua carne, e già sollevato oltre sé stesso, nella misericordia del giorno, liberato da ogni gravezza, da ogni impurità.
Per Serino il canto è comunione dei vivi e dei morti, perché questo è il posto dove lui vuole stare, questo il suo interminabile nostos, ed è questo, mi piace aggiungere, il crocevia dell’eterna poesia.
Ma la poesia è guardare con occhi anche l’attimo che accade, anche il male che vi declina, pungerne l’anima oppure tirargli il succo di una più intima verità.
Con un continuo affiorare di lampi onirici egli però intercetta sempre una speranza, rivolta il disincanto in gesto di preghiera, ci proietta in un comune desiderio di salvezza che è anche attraversamento del mistero, un mistero tutto da decifrare per una vita colma di senso.
Nel verso che nasce da una oscura cagione, e per questo si trattiene nella più piccola scaglia di luce, egli ripone il seme più prezioso che ha: la sua parola, il suo terzo occhio.
Con “Trasparenze” 2020/2021 (www.poesieinversi.it), Serino ci accompagna in un cammino di conoscenza, fatto di svelamenti meditati o improvvisi, in cui ognuno è chiamato in causa, perché parte di un tutto. Nel verso quasi imprendibile eppure molto lucido, si tirano le somme di un percorso lirico autentico e degno di ancora molta considerazione per chi lo legge oggi e per chi lo leggerà nel tempo a venire.
Giovanni Perri
Recensione di Renzo Montagnoli a DALLE STANZE DEL CUORE E DELLA MENTE
july 22, 2020 by felice serino
Dalle stanze del cuore e della mente
(Poesie 2018)
di Felice Serino
Libreria Editrice Urso
Poesia
Pagg. 56
ISBN 9788869542893
Prezzo Euro 10,00
Sublimare la parola
Felice Serino, più che un poeta, è un artista che vive per la poesia ed è tanto più vero qualora ci si lasci coinvolgere dalla sua consistente produzione che lo vede sulla breccia da molti anni. Con Dalle stanze del cuore e della mente, raccolta di poesie del 2018, l’autore, pur nell’ermetismo che la caratterizza, lascia prorompere una creatività sognante, un’ispirazione profonda che tende a sublimare la parola. In effetti, come nella famosa poesia di Luzi intitolata Vola alta parola, anche in questa raccolta i versi si fanno eteree immagini, spiccano il volo, liberi da qualsiasi legame terreno (da Fonemi – nella bocca della notte / -la luna sopra il petto / il letto è un mare dove sillabe / perdono sangue /…) e, in aggiunta ( Ricordi – confondersi del sangue col colore / dei papaveri nel sole / ampie distese a perdersi / mentre all’orecchio del cuore / a far capolino una / melodia nel tempo andata / ricordi / ci si appiattiva scalzi col fiatone / nell’erba alta / dopo una volata e / in levità d’angeli / quasi non si toccava terra). Quella delicatezza di esposizione, che da sempre lo contraddistingue, trova conferma anche in questa raccolta, è sempre più un segno distintivo del suo stile ed è frutto di come si accosta alla poesia, non con timore, ma con profondo rispetto. Chissà perché credo che questa sua caratteristica sia un che di originario, sia frutto di un sentimento nato in lui le prime volte che scriveva in versi, così che la poesia, la sua creatura, fosse, e probabilmente lo è ancora, avulsa dalla sua volontà, come se lui risultasse solo il semplice braccio di un disegno più ampio da cui inconsapevolmente scaturisce il risultato finale, ed è questo il rispetto per qualcosa di superiore che si compone sotto i suoi occhi. E ancor oggi che l’età non è più quella dei verdi sogni, l’aspetto sognante, l’emotività che si innesta riga dopo riga offre l’impressione di trovarsi di fronte allo stupore e alla serena innocenza di un bambino, come, per esempio, in La passera (memore della bella accoglienza / me la trovo sul davanzale ogni mattina / per “condividere” la colazione / è d’un piumaggio lucido e vellutato / l’ho chiamata “nerina” / …) e probabilmente ancor più con Primavera (capita che il bosco mi parli / ogni volta che abbraccio il “mio” albero / -risale / a un rito atavico / l’abbraccio: patto di luce-amore / mi parla -il bosco / tendendo le mille sue braccia / nell’espandersi in canti che allargano il cielo / ….). La straordinarietà di queste poesie è nella loro semplicità, non disgiunta tuttavia dallo svolgimento di tematiche che inducono più a riflessioni che a interpretazioni perché l’ermetismo dell’autore non esclude mai la facile comprensibilità, circostanza che, in un’epoca in cui spesso mi tocca leggere componimenti che risultano del tutto incomprensibili perché chi li ha scritti non ha idee chiare, conferisce un plus di valore alle stesse. Non credo debba aggiungere altro, se non il mio augurio di buona lettura.
Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941 e vive a Torino. Autodidatta.
Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio-boomerang” del 1978 a “Dalle stanze del cuore e della mente” del 2020); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in nove lingue.
Intensa anche la sua attività redazionale.
Gestisce vari blog e tre siti.
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