pensieri e commenti sull'attualità e il mondo di oggi.

Benvenuti nel mio diario personale, dove condivido momenti speciali, riflessioni e avventure quotidiane sul mndo di oggi. Un viaggio autentico nella mia vita, nell realtà e nel mondo.

Il paradosso di Torino.

2 febbraio 2026,


Mentre il dibattito pubblico si divide tra chi contesta la presenza di agenti americani dell’ICE in Italia e chi grida allo scandalo per i metodi d’oltreoceano, la cronaca ci restituisce l’immagine di poliziotti italiani lasciati quasi inermi a subire una violenza brutale. Colpisce il silenzio assordante — quando non la difesa d’ufficio — di quegli stessi ambienti politici e culturali che si ergono a paladini dei diritti quando l’abuso avviene altrove, ma che sembrano tollerare senza imbarazzo che i nostri agenti vengano trasformati in sacchi da boxe in piazza.

C’è poi un’ulteriore contraddizione che merita di essere esplicitata: molti dei cosiddetti “protestanti di Minneapolis”, pronti a strapparsi le vesti per la presunta violenza sistemica delle forze di polizia statunitensi — ben sapendo, peraltro, che negli Stati Uniti l’autorità viene fatta rispettare senza ambiguità — costituiscono spesso il retroterra ideologico, quando non il sostegno diretto, di chi a Torino passa dalle parole ai martelli. Un’indignazione selettiva che condanna l’uso della forza solo quando non colpisce i propri, e che finisce per legittimare, nei fatti, la violenza contro chi quella forza dovrebbe esercitarla per garantire l’ordine democratico.

4 febbraio 2026

Sto con chi difende l’interesse nazionale senza usare le persone come munizioni, e me ne vado nel momento stesso in cui la forza smette di proteggere e comincia a umiliare.

Manifesto minimo per una TV adulta

(editoriale)

Non scrivo questo testo per provocare, né per piacere.
Lo scrivo per mettere ordine.

Ho lavorato e lavoro nella televisione da oltre vent’anni. La conosco dall’interno.
So distinguere ciò che è necessario da ciò che è solo comodo.
E so riconoscere quando una macchina smette di raccontare il reale e inizia a difendere se stessa.

Quello che segue non è un atto d’accusa, ma una linea di confine.

1. La TV adulta non chiede empatia: la provoca

L’empatia richiesta è una scorciatoia emotiva.
Quella provocata nasce dopo, quando lo schermo è spento.
La prima consola. La seconda resta.

2. Lo share non è un valore, è un indicatore

Confondere i due è il peccato originale.
La TV adulta accetta che qualcosa valga anche se non sfonda subito.
Il tempo non è un nemico: è un filtro.

3. I contenuti non devono essere “puliti”, ma onesti

“Pulito” è un termine cosmetico.
Onesto significa: dichiarare limiti, contesto, intenzioni.
La morale posticcia è solo un altro formato.

4. I personaggi non sono materiali usa e getta

Se li usi finché fanno comodo e li scarichi quando diventano scomodi,
il problema non è il personaggio: è il patto editoriale.

5. Il dolore non è intrattenimento

Raccontare il dolore è legittimo.
Metterlo a sistema per fidelizzare pubblico è sfruttamento narrativo.
La differenza si vede. Sempre.

6. La complessità non va semplificata: va accompagnata

La TV adulta non infantilizza lo spettatore.
Lo rispetta abbastanza da non imboccarlo.

7. L’ironia è più sovversiva dell’urlo

Chi urla chiede attenzione.
Chi usa ironia chiede intelligenza.
La seconda seleziona, la prima ammassa.

8. I format non devono proteggere il sistema

Quando un format serve solo a mantenere equilibri interni,
ha smesso di parlare al pubblico e ha iniziato a parlare a se stesso.

9. Il rischio editoriale è un dovere, non un incidente

Una televisione che non rischia non è prudente: è sterile.
Il rischio vero non è sbagliare.
È non dire più nulla di necessario.

10. La TV adulta accetta di non piacere a tutti

L’unanimità è una truffa narrativa.
Ogni identità reale perde pubblico per guadagnare senso.

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Nota finale (necessaria)

Questo non è un attacco personale a conduttori, autori o programmi.
È una presa di posizione editoriale e culturale.

Chi la legge come un’offesa probabilmente
ha confuso il proprio ruolo con la propria identità.

Il mio spazio è privato.
Non è un palco, non è una piazza, non è un talk show.
È casa mia.

E in casa mia si entra solo se si è disposti ad ascoltare,
non a correggere.

Quando l’ego supera la competenza e l’ideologia supera il mestiere...

... la TV pubblica smette di fare servizio

Ci sono storie in cui nessuno ha davvero ragione.
E poi ci sono storie in cui tutti hanno torto, ciascuno a modo suo.
Il recente caos attorno al commento della cerimonia di apertura delle Olimpiadi sulla TV pubblica appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Non è una questione di destra o sinistra.
Non è una questione di simpatie personali.
È una questione di mestiere. E il mestiere, quando viene tradito, presenta sempre il conto.

L’errore che accende la miccia: il ruolo non è la competenza

Il primo errore è stato tanto semplice quanto grave: confondere il ruolo dirigenziale con la legittimazione editoriale a stare in video.

Un direttore può (e deve) decidere linee, impostazioni, scelte strategiche.
Ma commentare in prima persona un evento simbolico e globale come l’apertura delle Olimpiadi è un’altra cosa. È un lavoro che richiede:

  • esperienza televisiva reale

  • preparazione linguistica e culturale

  • allenamento alla diretta

Quando queste cose mancano, la diretta non perdona. Gli strafalcioni non sono incidenti: sono sintomi. Segnali chiari di un’improvvisazione che non dovrebbe mai esistere su un servizio pubblico.

La giustificazione addotta — l’“esautorazione” di un telecronista per un presunto spoiler — appare francamente debole, quasi puerile. Una foglia di fico per coprire una scelta autoreferenziale e affrettata.

Il fronte sindacale: la politica che divora la professionalità

Ma fermarsi qui sarebbe comodo. E sbagliato.

La reazione dell’Usigrai ha dimostrato come vecchi attriti politici e personali fossero già pronti a esplodere. Il caso è diventato il “casus belli” perfetto.

Minacce di sciopero, ritiro di nomi e firme dai commenti olimpici, escalation pubblica: tutto questo non tutela il pubblico, tutela solo posizionamenti interni.
La professionalità viene evocata a parole, ma sacrificata nei fatti.

Quando un evento globale viene usato come campo di battaglia ideologico, il servizio pubblico cessa di essere servizio e diventa ostaggio.

Il confronto che fa male (ma serve)

C’è un confronto che chiarisce tutto.

In un’azienda privata come Mediaset, se il direttore dell’area sport — una figura come Alberto Brandi — decidesse di andare in voce in un grande evento, nessuno griderebbe allo scandalo.

Perché?
Non per il ruolo.
Ma per anni di esperienza televisiva, conduzione, credibilità sul campo.

La differenza è tutta qui: non conta chi sei sulla carta, conta cosa sai fare davanti a una telecamera.

Nessun vincitore, un solo sconfitto

In questa storia:

  • non vince il direttore, che esce delegittimato

  • non vince il sindacato, che appare ideologico e opportunista

  • non vince la Rai, che offre uno spettacolo di confusione

L’unico vero sconfitto è il telespettatore.
Quello che accende la TV aspettandosi un racconto all’altezza di un evento mondiale e si ritrova invece inermi davanti a ego, ripicche e incompetenza incrociata.

Conclusione

La televisione pubblica esiste per una ragione precisa: servire il pubblico, non sé stessa.
Quando:

  • l’ego supera la competenza

  • l’ideologia supera il mestiere

la missione è fallita.

E non serve scegliere una parte per dirlo.
Serve solo avere rispetto per il lavoro, per chi lo fa bene — e per chi guarda.

Perché una TV che dimentica questo, smette semplicemente di essere pubblica.

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