Davide, l’ultimo capo degli “Emmanuello”

ll boss di Gela, sessant’enne, con tre condanne per omicidio, attualmente in carcere. Si è sempre professato "innocente"

SASSARI - Tra tutti i penitenziari attrezzati per ospitare i detenuti speciali del “41-bis”, “Bancali” è certamente quello più temuto dagli ergastolani. Attualmente, in Italia, sono circa 740 le persone recluse con provvedimento di massima sicurezza. Le donne sono appena una dozzina, così anche i condannati per terrorismo. Il resto sono mafiosi. Ma c’è un dato singolare tra questi. Mentre il grosso se lo dividono le mafie regionali come “camorra”, “cosa nostra”, “’ndrangheta” e “sacra corona unita”, quelli della “Stidda”, sorprendentemente, sono solo in tre, Carmelo Dominante e due gelesi consanguinei, i Di Giacomo. Significa che “gli Emmanuello” al “41-bis” sono stati classificati come affiliati a “cosa nostra” del mandamento di Giuseppe “Piddu” Madonia. Eppure, nell’ambiente criminale territoriale, essi sono definiti dal popolo malavitoso come “gli stiddari di Gela”.

Effettivamente, anche la ricostruzione storica dell’evoluzione di “cosa nostra” e del suo intersecarsi con le altre mafie resta alquanto nebulosa. Del resto, si tratta di organizzazioni criminali segrete, che evitano di lasciare tracce e puniscono severamente chi si lascia scappare informazioni sugli appartenenti o sui crimni commessi. Alle autorità di Stato non resta che organizzarsi al meglio per poter disporre di ogni strumento capace di rompere il muro di omertà attorno ai segreti strategici della mafia. Si tratta di leggi speciali che consentono indagini senza le normali limitazioni dettate dal diritto individuale, consentendo l’accesso alle informazioni bancarie, alle intercettazioni ambientali e telefoniche, alla consultazione e creazione di archivi digitali centralizzati, ma soprattutto talune specifiche atte a favorire, attraverso benefit, l’acquisizione di informazioni da collaboratori confidenti interni ai gruppi criminali. Si tratta di “corruzione”, di “spionaggio” ma comunque necessari per conoscere, prevenire e contenere, risparmiando il sangue di innocenti o degli operatori della sicurezza dello Stato. Inizialmente, si pensava che tali misure eccezionali, pur in contrasto con alcuni editti costituzionali, sarebbero state utilizzate per un breve periodo emergenziale. Invece, nel tempo, si affermano come metodo e consuetudine, diventando fondamenta strutturali di ogni indagine. L’abilità degli inquirenti non sarà più caratterizzata dallo sviluppo delle ipotesi investigative ma dalla capacità di reclutamento di “gole profonde” disposte a tradire le organizzazioni criminali ottenendo, oltre ricompense e condoni, anche una riabilitazione morale nella società. Una storia infinita, costellata di polemiche e risentimento popolare quando questa pratica dell’indulgenza di Stato giunge ad assassini seriali come Giovanni Brusca, oggi uomo libero con una nuova identità segreta, malgrado sia stato il carnefice del giudice-simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone.

Ma allora, visti i vantaggi, perché Davide Emmanuello, non si “pente”?

Perché sia lui che i suoi due fratelli, anch’essi al 41-bis, continuano a dichiararsi innocenti, sapendo di non avere alcuna possibilità di diventarlo?

Vogliono forse proteggere i propri familiari da vendette trasversali?

Logica vorrebbe che, come i capomafia irriducibili, mantenessero l’assoluto silenzio, segnale di garanzia per la propria cosca. Altrimenti avrebbero chiesto un riesame, sempre per logica, dando per scontato che ne abbiano effettivamente la possibilità. Ma la logica è più logica in stato di libertà, mentre al 41-bis, da “innocente”, questa verrebbe a vacillare.

COSA ACCADREBBE NELL’IPOTESI CHE DAVIDE EMMANUELLO DOVESSE RISULTARE INNOCENTE?

La regola fondamentale della giustizia è l’imparzialità. Il giudice tiene conto di ogni aspetto e fattore, delle aggravanti e delle attenuanti, delle circostanze e delle condizioni per emettere la giusta condanna. Non possono esserci esitazioni nella determinazione delle sentenze. Non devono intervenire influenze o condizionamenti.


A fronte di tre omicidi, Davide Emmanuello è stato dichiarato colpevole con l’ulteriore colpa di aver agito per conto dell’organizzazione definita “cosa nostra”, una delle principali antagoniste dello Stato nel controllo del territorio. La pena è pesantissima, la massima. Ma, di recente, sono state annunciati nuovi elementi che pongono gravi dubbi sull’impianto accusatorio del primo processo d’appello, a Genova, che, oltre a pregiudicare il soggetto, fino a prima di allora incensurato, ne segnano la caratura criminale, elemento che verrà riportato negli altri procedimenti a suo carico come prova accessoria, già intrinseca nell’imputato. Un precedente, quello di essere definito “capofamiglia mafioso”, che caratterizzerà l’orientamento dei giudicanti. Ma se un’eventuale riapertura del giudicato, attraverso l’istituto del riesame, a seguito di oggettive nuove prove, dovesse ribaltarlo al punto da riaffermare l’originaria sentenza di assoluzione del primo grado, quali conseguenze avrebbe?

Quella di un devastante terremoto giudiziario, con reazioni a catena su innumerevoli altri processi. Il processo di Genova “Emmanuello + altri” è da considerarsi il pilastro portante di tutta la storia che ci è stata riportata da ogni fonte, giornalistica, politica, storica e filosofica. Sarebbe capace, da solo, di inficiare tutta la narrazione ufficiale che è stata affermata come verità storica. Forse è per questo che anche il minimo accenno di metterla in discussione ottiene reazioni compulsive da coloro che hanno contribuito a costruirla. Si tratta di una cospicua parte di tutto il mondo che ruota attorno alla “Antimafia”. Per essi, sarebbe una rivoluzione inaccettabile, vista come manovra eversiva di qualche folle o provocatore, osteggiata con forza bigotta, certamente in buona fede, vista con la paura dello sgretolamento di un dogma assodato ormai sedimentato nella cultura di massa e nell’immaginario popolare, comunque con esiti dannosi sulla credibilità delle istituzioni, patrimonio più prezioso della stessa verità. Nella logica dell’interesse generale, poi, il sacrificio di un innocente varrebbe meno della tenuta dell’equilibrio raggiunto. Così, i bimbi li porta la cicogna, Babbo Natale i regali, l’insindacabile Befana con le calze coi dolcetti o col carbone per pargoli buoni e monelli cattivi.